Chiasso: nel bene o nel male, una presenza importante

Ci sono (ovvia­men­te) mol­te ana­lo­gie tra l’ab­bi­glia­men­to vesti­to dal Chias­so in que­sto pri­mo quar­to di cam­pio­na­to e il guar­da­ro­ba a dispo­si­zio­ne di un club che sem­bra gra­dual­men­te per­de­re con­no­ta­ti tan­to cari ai suoi tifo­si. Non si trat­ta sem­pli­ce­men­te del­lo smar­ri­men­to di iden­ti­tà loca­le (del resto sono trop­pe le distan­ze che sepa­ra­no il Riva IV dai cam­pi del set­to­re gio­va­ni­le), ma un po’ più con­cre­ta­men­te nel disin­te­res­se mostra­to nel­la ricer­ca dei det­ta­gli che al net­to dei risul­ta­ti pos­sa­no far spe­ra­re ad un futu­ro migliore.

Oggi — lo san­no anche le zan­za­re — accen­de­re i riflet­to­ri ed ospi­ta­re una lus­suo­sa e moder­na attrez­za­tu­ra per la tra­smis­sio­ne nel mon­do del­la par­ti­ta è già un qual­co­sa. Accen­de­re i fari ha però un costo. Così come lo han­no (avu­to) i cir­ca 70 gio­ca­to­ri che han­no vesti­to il ros­so­blù nel­lo spo­glia­to­io per gio­ca­re una gara uffi­cia­le nel­le ulti­me due sta­gio­ni e un quarto.

Di con­tor­no a ciò che ser­ve per dispu­ta­re un tor­neo pro­fes­sio­ni­sti­co (l’or­ga­niz­za­zio­ne da que­sto pun­to di vista sem­bra fun­zio­na­re) non resta­no che un paio di cen­ti­na­ia di tifo­si veri: ai qua­li, oggi, non va nem­me­no più di discu­te­re sul modu­lo, su chi gio­ca e chi va in tri­bu­na, su come si potreb­be fare meglio. Anche il Bar Sport ha chiu­so le ser­ran­de. Tifo­se­ria più matu­ra di mol­te altre, quel­la del Chias­so accet­ta le deci­sio­ni che arri­va­no dal­l’al­to e incro­cia le dita con la con­sa­pe­vo­lez­za che qual­cu­no sal­te­rà per aria anche que­sta vol­ta o che il clas­si­co col­po al cer­chio e alla bot­te fini­rà per sal­va­re le altret­tan­to clas­si­che capre e cavoli.

Nel­la fat­ti­spe­cie, la brut­tis­si­ma Chias­so-Rap­per­swil, gio­ca­ta di fron­te ad uffi­cia­li 350 spet­ta­to­ri, in una sera­ta anco­ra cal­di­na, ha visto la squa­dra di Man­giar­rat­ti resta­re sul pez­zo per gli oltre novan­ta minu­ti: di que­sti tem­pi è già abba­stan­za per non mugu­gna­re se al ter­zo pas­sag­gio siste­ma­ti­ca­men­te ci scap­pa l’er­ro­ri­no tec­ni­co. La supre­ma­zia fina­le nei cal­ci d’an­go­lo è suf­fi­cien­te per ave­re qual­co­sa di cui esse­re con­ten­ti. Trop­po poco? Dipen­de dai pun­ti di vista.

For­se si, per chi cer­ca­va il pelo nel­l’uo­vo del gio­co di Scien­za o Aba­scal. For­se no, per chi ricor­da anco­ra l’or­ro­re di alcu­ni fran­gen­ti del­le gestio­ni Komor­nic­ki o Ramel­la. Il con­te­sto attua­le è impo­ve­ri­to dal­la qua­li­tà dei pro­ta­go­ni­sti, dal­la con­cor­ren­za medio­cre, dal fat­to che i buoi sono scap­pa­ti e non sarà faci­le riem­pi­re la tri­bu­na se il gior­no dopo la par­ti­ta si ha sem­pre la sen­sa­zio­ne di ave­re novan­ta minu­ti di son­no da recu­pe­ra­re: 90′ più le tas­se di viag­gio per rag­giun­ge­re lo stadio.

Per vio­la­re il Riva IV, basta sem­pli­ce­men­te vin­ce­re qual­che con­tra­sto in più a metà cam­po, ave­re davan­ti un paio di attac­can­ti veri e annul­la­re Mali­no­w­ski, for­se l’u­ni­co al qua­le non sareb­be risul­ta­to un pro­ble­ma gio­ca­re nel Chias­so di Atti­lio Lom­bar­do o in quel­lo di Rai­mon­do Pon­te: squa­dre che oltre ad appas­sio­na­re, scal­da­va­no il cuo­re e impo­ne­va­no di indos­sa­re la sciar­pa ros­so­blù pri­ma di usci­re da casa.

Un ami­co che vie­ne da lon­ta­no per vede­re il Chias­so tre o quat­tro vol­te per ogni sta­gio­ne, dice che l’am­bien­te è sem­pre più tri­ste. Noi che sugli spal­ti del vec­chio Riva IV ci sia­mo spes­so, ci accor­gia­mo solo di esse­re sem­pre meno e for­se ci sta’ bene così. L’im­por­tan­te è esser­ci, resta­re in par­ti­ta e aspet­ta­re tem­pi miglio­ri. Per­ché un San­to Seba­stia­no qual­sia­si pri­ma o poi arri­ve­rà, vero?

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