Caos Calcio: appunti di resistenza (10). Quei grandi che hanno bucato il pallone

Anche in Sviz­ze­ra, lo abbia­mo let­to la scor­sa set­ti­ma­na, fra l’altro sen­za alcun stu­po­re, vi è neces­si­tà di riflet­te­re su come ripor­ta­re valo­ri sem­pli­ci nel cal­cio. Cam­bia­re ciò che è diven­ta­to que­sto sport èmpra­ti­ca­men­te impos­si­bi­le, ma il rispet­to per le rego­le e l’enucleazione dei “diri­gen­ti” che han­no coper­to di leta­me ogni più sano prin­ci­pio deve esse­re nel pro­gram­ma di qual­sia­si società.

Abbia­mo rac­col­to negli ulti­mi anni car­tel­le pie­ne di segna­la­zio­ni di sto­rie buie; le abbia­mo rese pub­bli­che; ci sia­mo scan­da­liz­za­ti; qual­cu­no si è anche indi­gna­to. Poi però, le socie­tà sono le pri­me ad ave­re neces­si­tà di spon­sor, di quat­tri­ni cash, di foto­co­pia­tri­ci, di mini bus. Ed ecco che pro­prio dal bas­so par­te l’emigrazione di genitori/allenatori e
paren­ti den­tro le socie­tà con lo sco­po di pro­muo­ve­re e finan­zia­re la sca­la­ta del figlio o del nipo­te pren­den­do le scor­cia­to­ie più comode.
Abbia­mo let­to le sto­rie di tan­te fami­glie, ma sap­pia­mo benis­si­mo di cono­scer­ne alme­no il tri­plo. Sia­mo spes­so pre­oc­cu­pa­ti per il mer­ca­to del­le squa­dre, distrat­ti e affa­sci­na­ti da quel­lo che suc­ce­de nel­le stan­ze dei bot­to­ni e non ci ren­dia­mo con­to che dal bas­so stan­no giun­gen­do segna­li chia­ri e for­ti di una neces­si­tà di rivo­lu­zio­ne che solo gli edu­ca­to­ri, i diret­to­ri tec­ni­ci e colo­ro che han­no la pre­pa­ra­zio­ne neces­sa­ria per eser­ci­ta­re un ruo­lo chia­ve nel­la cre­sci­ta dei ragaz­zi pos­so­no uti­liz­za­re per cam­bia­re le regole.

Il cal­cio non è altro che lo spec­chio del­la socie­tà in cui vivia­mo. Sti­mia­mo e ammi­ria­mo la purez­za di chi cer­ca anco­ra di far­ci cre­de­re che lo sport ago­ni­sti­co pos­sa esse­re un giar­di­no del para­di­so, ma la real­tà – spe­cie in alcu­ni pae­si – è quel­la di tarif­fa­ri ai qua­li atte­ner­si per finan­zia­re la sca­la­ta del pro­prio assi­sti­to. Fa arrab­bia­re pen­sa­re che il “meri­to” sia­no sem­pre più un valo­re che si dis­so­cia dal mon­do del cal­cio, spe­cie da quel­lo gio­va­ni­le. Tut­ta­via, la clas­se diri­gen­te che ha il com­pi­to di pren­de­re in con­se­gna un bim­bo di sei anni e di edu­car­lo entra spes­so in con­flit­to con le dina­mi­che socie­ta­rie che fan­no capo ad una pira­mi­de di inter­me­dia­ri che vivo­no di sot­ter­fu­gi tra­sfor­man­do in leci­to ciò di cui loro stes­si sareb­be­ro i pri­mi a vergognarsene.

Ecco allo­ra che di solu­zio­ni ce ne sareb­be­ro a biz­zef­fe, ma fino a quan­do con­ti­nue­ran­no ad esse­re solo degli slo­gan copia­ti, affis­si sui muri dei cen­tri spor­ti­vi (come per lavar­si la coscien­za) e fat­ti pro­pri per man­can­za di idee con­cre­te, non avre­mo alcun modo per cam­bia­re le nuo­ve rego­le del gio­co. Mai come in que­ste cir­co­stan­ze ser­vo­no fat­ti. Già: ma quan­te teste cadrebbero?

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