Al cuor non si comanda: 200 panchine per Stefano Lippmann con i colori del Riva

*Da Infor­ma­to­re del 10 mag­gio 2019

Nel sem­pre più cao­ti­co cal­cio regio­na­le, fat­to di sfi­de a chi si acca­par­ra più gio­ca­to­ri a suon di “rim­bor­si spe­se” da capo­gi­ro e mos­so più da inte­res­si che da pas­sio­ne, c’è anco­ra spa­zio per chi del­la pas­sio­ne ne ha fat­to un capo­sal­do del­la pro­pria car­rie­ra spor­ti­va. È il caso di Ste­fa­no Lip­p­mann, alle­na­to­re del FC Riva da qua­si un decen­nio e che nel­l’ap­pe­na con­clu­so fine set­ti­ma­na ha taglia­to il pre­sti­gio­so tra­guar­do del­le 200 pan­chi­ne con i colo­ri gial­lo­blù.

Lip­p­mann, gior­na­li­sta di pro­fes­sio­ne, il Riva ce l’ha stam­pa­to sul­la pel­le. E non in sen­so meta­fo­ri­co. Sul pol­pac­cio si è fat­to tatua­re lo stem­ma del club che da sem­pre ha cre­du­to in lui. Se non è amo­re que­sto…

Con il con­dot­tie­ro gial­lo­blù abbia­mo scam­bia­to due paro­le.

Cosa è cam­bia­to di più in que­sti anni ?

“Sem­bre­rà bana­le dir­lo, ma sono i vol­ti. In otto anni ho alle­na­to 81 ragaz­zi. E in più, aggiun­ge­rei, è cam­bia­to l’assetto diri­gen­zia­le cin­que vol­te. Dun­que sì, ciò che è cam­bia­to di più sono i vol­ti. E ad ogni per­so­na cor­ri­spon­de un carat­te­re diver­so, un modo di approc­ciar­si dif­fe­ren­te, carat­te­ri­sti­che – inte­se come pre­gi e difet­ti – mai ugua­li. Vi sono poi le ecce­zio­ni che con­fer­ma­no la rego­la, ovve­ro visi che non cam­bia­no… mai. Dall’inizio del mio cam­mi­no a Riva mi seguo­no infat­ti 5 gio­ca­to­ri : Fabio Spa­di­ni, Ismet Faz­liu, Loren­zo Padu­la, Michel San­ti­ni e Mar­ti­no Ber­na­schi­na”.

Qual è il segre­to di tan­ta pazien­za e pas­sio­ne ?

“Pro­ba­bil­men­te fa par­te del Dna : mio padre è sta­to a lun­go alle­na­to­re del mon­do del cal­cio fem­mi­ni­le e mia mam­ma è sta­ta gio­ca­tri­ce. Insie­me han­no fon­da­to l’allora Locar­no fem­mi­ni­le. In fami­glia – e dun­que fin da quan­do sono nato – il cal­cio è sem­pre sta­to ai pri­mi posti per impor­tan­za. Oltre a que­sto v’è il fat­to che ogni anno i ragaz­zi che alle­no par­te­ci­pa­no a una nuo­va sfi­da, vuoi la lot­ta per vin­ce­re il cam­pio­na­to o per sal­va­re la cate­go­ria, come quest’anno. È pura ben­zi­na che ali­men­ta il ‘fuo­co’ del­la pas­sio­ne”.

Avre­sti mai imma­gi­na­to di rag­giun­ge­re un simi­le tra­guar­do ?

“Sin­ce­ra­men­te no. Ho comin­cia­to ad alle­na­re, qua­si per caso, a 26 anni, men­tre anco­ra stu­dia­vo all’università. Io e l’allora Ds, Igor Lec­ci, ci sia­mo det­ti : pren­dia­mo in mano la squa­dra e vedia­mo cosa suc­ce­de. L’anno dopo abbia­mo vin­to il cam­pio­na­to. Una retro­ces­sio­ne e poi la nuo­va vit­to­ria del cam­pio­na­to. Met­ti in fila le sta­gio­ni e ti accor­gi che comin­cia­no a diven­ta­re 6, 7, 8. Non ci pen­si al tra­guar­do… ma nel frat­tem­po arri­va. E sono ben feli­ce di far par­te di que­sta fami­glia da tan­to, tan­tis­si­mo tem­po”.

 

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