Diario dalla quarantena. Un solo grido: cosa non è chiaro del ‘restate in casa’?

Non siamo medici né infermieri. Non lavoriamo nell’ambito sanitario, in questi giorni ultra sollecitato e a cui vanno i nostri più sentiti ringraziamenti, non siamo epidemiologici né virologi. Non siamo nessuno. Solo cittadini come altri, la cui incolumità e libertà di movimento è messa a dura prova e ostacolata da un’emergenza globale. Un mostro più grande di noi, di tutti noi, difficile da debellare.

In questi giorni di insicurezza e paure è giusto che a parlare siano gli esperti, quelli il cui parere conta, quelli che si trovano in prima linea a combattere per rendere di nuovo la nostra Terra un posto migliore, vivibile. Per farlo, però, c’è bisogno dell’aiuto di tutti. E non sono frasi retoriche. Le autorità hanno scelto, finalmente viene da dire, una linea decisa: tutto chiuso (o quasi) e tutti a casa.

Ma sono regole/misure inutili se non applicate da tutti. Eppure, purtroppo, vediamo ancora tanta ignoranza – nel senso letterario del termine – e tante orecchie tappate. Troppi gruppi di giovani (ma non solo!) a spasso tra i deserti e spettrali paesi del Ticino. A questi, ai loro genitori, a chi ne fa le veci, vogliamo chiedere: cosa non vi è chiaro della frase ‘state a casa’? Che poi può essere visto come un ordine, ma soprattutto come un consiglio (fondamentale) per la sicurezza vostra e, soprattutto, dei vostri cari con qualche anno in più. Se non avete rispetto della vostra integrità, per favore, abbiatelo almeno verso quella degli altri.

Ci troviamo in un momento critico e storico, destinato a rimanere (purtroppo) nei libri di storia che magari leggeremo/leggerete ai vostri nipoti e/o figli. Serve, mettiamocelo in testa, responsabilità individuale e senso civico. Mai, come ora, serve restare uniti e compatti. Torneremo ad abbracciarci. Torneremo a commentare e goderci il calcio. Ma ora viene tutto in secondo piano.

RV

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