Fatica e dolore: tutti in piedi per Sergente Gattuso

*Di Ric­car­do Vas­sal­li

Chi ci segue lo sa, chi lo fa da poco lo avrà intui­to e chi lo farà in futu­ro se ne accor­ge­rà. Abbia­mo un debo­le per la par­te roman­ti­ca del cal­cio. O meglio, ver­so tut­te quel­le sto­rie capa­ci di arri­va­re drit­te al cuo­re.

Non si trat­ta di sali­re sul car­ro. Ma due paro­le su Gat­tu­so meri­ta­no di esse­re scrit­te. Vuoi per­ché è il sim­bo­lo del­la clas­se “ope­ra­ia”, di chi è arri­va­to in alto solo ed esclu­si­va­men­te gra­zie a sudo­re e fati­ca. Per meglio com­pren­de­re ciò che è sta­to il Gat­tu­so cal­cia­to­re e ciò che è il Gat­tu­so uomo con­si­glia­mo la let­tu­ra del­la sua auto­bio­gra­fia (Se uno nasce qua­dra­to non può mori­re ton­do ndr). Un tito­lo che bene rispec­chia Gen­na­ro.

Fame da ven­de­re, pol­mo­ni immen­si, pie­di nel­la nor­ma e una deter­mi­na­zio­ne fuo­ri dal comu­ne. Così Gat­tu­so ha con­qui­sta­to tito­li e tro­fei: dal­la Serie A alla Cham­pions Lea­gue pas­san­do, chia­ma­lo poco, per la Cop­pa del Mon­do con la Nazio­na­le ita­lia­na. Padre e fon­da­to­re di una cate­go­ria che oggi non esi­ste più: bar­ba lascia­ta al caso e più cura a “mena­re” che a far­si bel­lo. Que­sto è Gat­tu­so.

Dopo l’invidiabile car­rie­ra da cal­cia­to­re, “Rin­ghio” non pote­va che seder­si in pan­chi­na. Seder­si, ovvia­men­te, in sen­so figu­ra­to. Pote­va mai tan­to cari­sma e lea­der­ship accon­ten­tar­si di una “pen­sio­ne” negli stu­di tele­vi­si­vi? Cer­to che no. E allo­ra via per Sion, Paler­mo, OFI Cre­ta, Pisa e Milan. Tut­te espe­rien­ze che han­no for­gia­to il Gat­tu­so alle­na­to­re. Tan­te sod­di­sfa­zio­ni, ma anche tan­te delu­sio­ni. Tan­te doc­ce fred­de e situa­zio­ni che ha sem­pre affron­ta­to di pet­to. Tan­ti viag­gi fino a…Napoli, ter­ra di con­qui­sta del­la sua pri­ma Cop­pa Ita­lia da alle­na­to­re.

Gat­tu­so ha ere­di­ta­to un Napo­li disa­stra­to da quel­lo che è sta­to il suo Mae­stro: quel Car­lo Ance­lot­ti che nel­lo sta­dio di Mara­do­na non ha sapu­to lascia­re il segno. De Lau­ren­tis ci ha visto lun­go: era lui l’uomo miglio­re a cui affi­da­re una squa­dra “svo­glia­ta” e in pie­na cri­si con la socie­tà. E Gat­tu­so si è mes­so al lavo­ro. Più che sul gio­co ha lavo­ra­to sui con­cet­ti a lui cari: “voglia, cor­sa, sacri­fi­cio e spi­ri­to d’appartenenza”.

Con­cet­ti riba­di­ti con gli occhi sca­va­ti dal pian­to in diret­ta tele­vi­si­va. Sono i segni di un dolo­re insop­por­ta­bi­le e impos­si­bi­le da con­vi­ver­ci. È il prez­zo da paga­re per la pre­ma­tu­ra scom­par­sa del­la sorel­la Fran­ce­sca (37 anni). Ma Gat­tu­so è Gat­tu­so. “A vol­te — ha det­to ai micro­fo­ni del­la RAI — suc­ce­do­no cose che una per­so­na non accet­ta, ma il cal­cio mi ha dato tan­to e per que­sto fac­cio que­sto lavo­ro con gran­de pas­sio­ne. Non pos­so mai mol­la­re di una vir­go­la. Tan­te vol­te mi arrab­bio per­chè voglio vede­re pas­sio­ne. Non ho nes­sun rimor­so, per­chè ho fat­to di più di quel­lo che pote­vo fare. Voglio ave­re rispet­to e sen­so di appar­te­nen­za da par­te dei miei gio­ca­to­ri. C’è un Dio del cal­cio che ti pre­mia quan­do fai le cose per bene”.

E sì, aver­ne di Gat­tu­so…

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