Il confine tra ‘maschio’ e ‘vergogna’ è stato abbondantemente valicato

*Di Davi­de Pere­go

La ripre­sa del cal­cio regio­na­le sem­bra aver ripor­ta­to curio­si­tà ed entu­sia­smo tra il popo­lo del cal­cio gra­zie anche al sup­por­to sem­pre più pro­fes­sio­na­le dei media che negli ulti­mi anni han­no mol­ti­pli­ca­to lo spa­zio ad ono­rem del­le varie cate­go­rie.

Pur­trop­po, chie­do ospi­ta­li­tà al fine di segna­la­re quan­to con­ti­nua a dover esse­re miglio­ra­bi­le per­ché lo sport pos­sa anco­ra con­si­de­rar­si tale. Ter­mi­ni gior­na­li­sti­ci uti­liz­za­ti ora­mai a spro­po­si­to non ren­do­no real­men­te il con­cet­to di quan­to acce­de su cer­ti cam­pi. Par­ti­ta “maschia”, piut­to­sto che “sen­ti­ta”, sono voca­bo­li sco­piaz­za­ti dai pro­fes­sio­ni­sti che rac­con­ta­no le vicen­de dei gio­ca­to­ri altret­tan­to pro­fes­sio­ni­sti. Come dice colui che sag­gia­men­te ieri sera ad un cer­to pun­to ha smes­so di segui­re una par­ti­ta alla qua­le ha assi­sti­to dopo tan­ti anni di assen­za dai cam­pi: i “gio­ca­to­ri” pen­sa­no di esse­re “gio­ca­to­ri” e que­sto rima­ne il più gros­so pro­ble­ma del cal­cio regio­na­le”.

Una cer­ta par­te di stam­pa (di cui fac­cio anco­ra par­te e che ho con­tri­bui­to a svi­lup­pa­re) ci met­te tut­ta la pas­sio­ne pos­si­bi­le per gene­ra­re curio­si­tà che dovreb­be por­ta­re bene­fi­cio a tut­to il movi­men­to. Ciò che anco­ra dovreb­be esse­re miglio­ra­to diven­ta respon­sa­bi­li­tà in pri­mis dei Diri­gen­ti e degli Alle­na­to­ri per­ché l’educazione non la si fini­sce di pre­di­ca­re con il pas­sag­gio dei ragaz­zi­ni al cal­cio dei gran­di. Quan­do le bestem­mie supe­ra­no ogni limi­te di con­ces­sio­ne (non mi pare sia muta­to il rego­la­men­to a tal pro­po­si­to), quan­do dopo die­ci minu­ti il diret­to­re è già costret­to a chia­ma­re i capi­ta­ni e quan­do acca­do­no sce­ne da far west come qual­cu­na vista ieri sera, il con­fi­ne tra ciò che è “maschio” e ciò che è “ver­go­gna” è abbon­dan­te­men­te vali­ca­to.

I diret­to­ri fan­no ciò che pos­so­no con i loro due occhi e sen­za alcun tipo di sup­por­to. Soli con­tro tut­to e tut­ti, disprez­za­ti, insul­ta­ti e dif­fa­ma­ti, com­met­to­no erro­ri pro­por­zio­na­li alla qua­li­tà del rispet­to che si può ave­re nei con­fron­ti del­la loro cate­go­ria. Com­met­to­no erro­ri mino­ri di quel­li che i gio­ca­to­ri fan­no fati­ca ad ammet­te­re e non pos­so­no arri­va­re lad­do­ve cer­te sce­ne impor­reb­be­ro die­ci gior­na­te di squa­li­fi­ca.
Se a ter­mi­ni di rego­la­men­to, una par­ti­ta dovreb­be esse­re sospe­sa dopo nem­me­no un tem­po per man­can­za di gio­ca­to­ri nume­ri­ca­men­te con­grua, è pro­ba­bi­le che qual­co­sa stia con­ti­nuan­do a sfug­gi­re a colo­ro che gover­na­no que­sto sport. Odio, disprez­zo e com­por­ta­men­to che pare spes­so alte­ra­to da sostan­ze chi­mi­che dopo nem­me­no due minu­ti di gio­co, diven­ta sem­pre più fre­quen­te nei cal­cia­to­ri. A sca­pi­to di tut­to ciò, stan­no finen­do in mino­ran­za colo­ro che chie­do­no ai loro gio­ca­to­ri edu­ca­zio­ne, rispet­to del­le rego­le e buon gio­co. Oggi vin­ce spes­so chi urla di più, chi la met­te sul­la ris­sa e chi minac­cia con la voce più gros­sa.

La solu­zio­ne sem­bra non esser­ci. L’indirizzo pre­so da talu­ne socie­tà – per quan­to più o meno tut­te uffi­cial­men­te estra­nee alla fac­cen­da – è quel­lo di paga­re pro­fu­ma­ta­men­te i gio­ca­to­ri miglio­ri che a loro vol­ta rinun­cia­no a qual­che cate­go­ria supe­rio­re pro­prio per que­stio­ni lega­te ai “rim­bor­si”: ma anche que­sto del cal­cio incen­ti­va­to o del rim­bor­so a prov­vi­gio­ne è argo­men­to tabù.

Con qua­le ener­gia ed entu­sia­smo resi­sta­no anco­ra pic­co­le real­tà incon­ta­mi­na­te diven­ta gio­co­for­za un inter­ro­ga­ti­vo inte­res­san­te.
Se è pura­men­te casua­le il rife­ri­men­to ad una qual­sia­si del­le par­ti­te gio­ca­te ieri sera, non può esser­lo una pre­sa di coscien­za gene­ra­le che non è quel­la del pen­ti­men­to del­la mat­ti­na suc­ces­si­va. For­se, ripren­den­do e facen­do vede­re cer­te imma­gi­ni, ren­de­reb­be meglio l’idea di dove sia­mo fini­ti. E la stam­pa non deve demor­de­re denun­cian­do con sin­ce­ri­tà e pro­fes­sio­na­li­tà ciò che acca­de. Il silen­zio rima­ne un nemi­co invin­ci­bi­le.

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